23 Agosto 1981
Davanti all'Oriental Theatre di Milwaukee, un terzetto formato da Gordon Gano (chitarra e voce), Victor DeLorenzo (batteria) e Brian Ritchie (basso) furono scoperti (mentre stavano suonando) da Chrissie Hydne dei Pretenders che li ingaggiò come gruppo spalla per il loro concerto che si tenne quella stessa sera.
Giugno 1982.
La Slash Records publica il loro primo album.
L'esordio delle "femmine violente" rappresenta uno scossone per la scena underground americana: mentre tutti gli altri gruppi si preoccupano di alzare il volume dei loro amplificatori, il loro stile è quello di applicare la lezione imparata dal punk al folk e al country stelle-e-striscie.
Memori dell'insegnamento dei Modern Lovers di Jonathan Richman, come di quello dei Talking Heads, i nostri creano un melange punk-folk melodico, dove la voce sgraziata di Gano e il suo stile di chitarra, essenziale e scorbutico, si fondono con le linee di basso oblique di Ritchie e con la ritmica sgraziata e improvvisata di De Lorenzo (improvvisata in tutti i sensi, vista la propensione del nostro a sfuggire i normali tamburi a favore di bidoni, pentole e altri attrezzi percutibili variamente assemblati).
"Blister In The Sun", fosse stata un poco più elettrica e cantata da qualche giovincello emaciato e biondiccio della California del Sud, sarebbe stata all'epoca un perfetto radio-summer-hit, invece conquisterà il cuore di qualche migliaio di adolescenti e sarà nel tempo considerata un inno punk, nonostante l'assenza della chitarra elettrica;
"Kiss Off" è invece punk e cabaret, con chitarra e basso che provano a fare il verso a qualche jamsession "impulse" o "blue note" anni 60.
"Please Do Not Go", con le sue ritmiche reggae (assai insolite per il periodo ed il genere), lascia la gloria della scena a Brian Ritchie, che c'infila una bella prova della sua perizia strumentale con l'assolo di basso: è una canzone d'amore sentita e ironica, dolce e straziante con quei suoi coretti che prendono sonoramente per i fondelli buona parte delle mielosità pop degli anni 70.
"Add It Up" parte in sordina come un gospel, con una voce che fa il "call" ma il cui "response" è dato non da un possente gruppo di voci ma dell'entrata degli strumenti, che con piglio punk mostrano agli X e ai Blasters la strada giusta da seguire; ancora una volta rabbia folk e foga punk a farla da padrona.
"Confession" potrebbe essere un traditional rubato a qualche paesino degli Appalachi come a qualche cantina della Chicago post-bellica per il suo intrecciare country e blues, in una melodia febbricitante, segnata dalla linea di basso e dalla batteria, che non dà il tempo ma copre il vuoto della voce di Gano che urla della sua disperazione e solitudine, fino a esplodere in un urlo punk liberatorio, con l'accettazione della propria sofferenza: dolore che non redime, che non esalta lo spirito, ma racconta solo la sua dannazione e l'accettazione di se stessi e della propria condizione di esseri umani.
"Prove My Love" e "Promise" sono ancora velocità e pop, un doveroso break con i loro coretti e le loro quasi melodie (la seconda è qualcosa di più vicino a un riff classico si senta in questo disco). "To The Kill" l'avrebbe scritta Johnny Cash se fosse nato 30 anni dopo; in "Gone Daddy Gone", il suono si arricchisce di uno xylophono che disegna la melodia per tutta la canzone (ma che è ovviamente lontano mille miglia da Lionell Hampton).
La conclusiva "Good Feeling", lo si intuisce già dal titolo, è un piccolo affresco country, teneramente melodico, con assolo di violino e un piano che ricama la melodia per tutta la canzone. Tenero e adatto per augurarsi la buonanotte con la propria dolce metà .
Un grande disco da (ri)scoprire